L'ingresso dei domenicani

    La scelta dei Domenicani non poteva portare rapidamente all’insediamento della nuova comunità in S. Nicola. I locali non erano pronti, per cui da qualche mese erano stati avviati dei lavori per renderli idonei ad ospitare i Frati. La nuova sistemazione di S. Nicola fu appunto il titolo di un articolo[1] apparso pochi giorni dopo che la designazione dei Domenicani era stata resa ufficiale. L’excursus storico terminava con l’auspicio sull’opera dei domenicani, mentre la didascalia sotto la foto diceva: Nel III Cortile di S. Nicola, fervono i lavori per la ricostruzione degli edifici che ospiteranno i Padri Domenicani. Di fronte il palazzetto del Gran priorato e a sinistra il Convento vero e proprio dei Frati ai quali è stata demandata l’officiatura della gloriosa Basilica.   
    Circa un mese dopo (17 marzo 1951) la Sacra Congregazione concistoriale chiedeva al De Palma l’elenco dei canonici, che venne fornito dal Rotondo indicando la data in cui lo stesso fu ascritto al clero della Basilica e la data della sua nomina a canonico[2].  Era chiaro dunque che la Santa Sede si preoccupava di non creare traumi né tra i canonici né tra la popolazione. I Domenicani avrebbero dovuto subentrare in piena armonia e collaborazione con i canonici.
    La cittadinanza però premeva affinché l’iter fosse accelerato. Il 2 aprile 1951 il sindaco Di Cagno scriveva al maestro generale dei Domenicani, Emanuele Suarez, di inviare subito alcuni frati che potessero già prendere parte alle feste di maggio. In tal modo, egli diceva, si sarebbero sopite le voci che davano come possibile un rifiuto dei Domenicani. Rispondendogli il 12 aprile, il maestro generale declinava gentilmente l’invito, motivando il diniego col fatto che la bolla pontificia non era ancora pronta, col fatto che non era opportuno intralciare programmi già avviati e col non dare l’impressione di tendere ai guadagni provenienti dalle feste stesse. Scrivendo poi (26 aprile 1951) a Domenico Scannicchio, presidente dell’amministrazione della Confraternita del Rosario, il Suarez rifiutava gentilmente di partecipare alle feste di maggio, augurandosi di essere presente alla presa di possesso dei Domenicani.
    Intanto però era venuto a Bari Giuseppe de Falco, provinciale dei Domenicani di Napoli, e qui aveva avuto modo di parlare con i canonici. Dopo essere tornato a Napoli, il 22 agosto scriveva al vicario capitolare, esortandolo a non prendere impegni straordinari, vista l’imminenza dell’arrivo dei frati. Il 28 dello stesso mese gli scriveva ancora comunicandogli l’arrivo di due padri e un converso il 3 settembre per preparare la casa alla comunità che sarebbe arrivata il 30 settembre ed iniziare le consegne. E aggiungeva che se non fossero già pervenute, era opportuno richiedere alla Sacra Congregazione Concistoriale le modalità delle consegne. Il De Falco trasmise poi (18 settembre) al vicario capitolare De Palma il programma  per l’ingresso dei PP. Domenicani nella Basilica. Alle 10 del 30 settembre tutti i Domenicani di Bari sulla scalinata della chiesa avrebbero atteso le autorità (il maestro generale dei Domenicani, e l’arcivescovo Mimmi). Si andava quindi processionalmente all’altare maggiore: breve adorazione, canto del Veni Creator, lettura della Bolla pontificia. Saluto dell’Arcivescovo e risposta del Maestro generale. Messa del Maestro generale in rito domenicano. Suona la Schola Cantorum del maestro Grimaldi. Alle 18, Compieta, con la Salve regina in rito domenicano.
     La descrizione dell’ingresso vero e proprio si trova nella Gazzetta del giorno successivo[3]. L’articolista narrava come la mattina del 25 novembre alle ore 10 fosse giunto l’arcivescovo Mimmi atteso dal maestro generale Emanuele Suarez, dal procuratore dell’Ordine P. Skehan, dagli storici Koeppeli e Loenertz,  dal priore Girolamo De Vito, il capitolo uscente, i provinciali di Malta (Gauci) e Regni (De Falco), il sottosegratario alla Pubblica Istruzione on. Resta, il sindaco Di Cagno, il prefetto Carta,  il presidente della Deputazione provinciale  generale Magli,  il sen. Angelini, l’on. Troisi, il provveditore agli studi prof. Mastropasqua, assessori e consiglieri comunali,  il presidente dell’EPT rag. Lippolis, il presidente del Patronato scolastico  gr. Uff. Diomede Fresa,  il segretario provinciale della DC avv. Basso, il comandante della Legione Carabinieri col. Minniti, il sovrintendente ai Monumenti Schettini,  il provveditore alle OO.PP. ing. Rossi,  il capo del Genio Civile, ing. Bottiglieri, il presidente del Comitato Feste Patronali comm. Lapecorella.
Dopo essere entrati processionalmente in Basilica, giunti all’altare maggiore l’arcivescovo Mimmi s’assise sullo scanno episcopale con ai lati mons. De Palma e mons. Rotondo. Di fronte si sedette Emanuele Suarez col suo seguito. Presso il trittico di Vitale delle Madonne prese posto il coro diretto dal maestro Grimaldi e all’organo il m. Marrone. L’articolista si riferiva qui al trittico di Rico da Candia che si trovava dove attualmente c’è il dipinto del Vivarini, quindi dal lato opposto del transetto. Delegato dall’Arcivescovo, un sacerdote della Santa Sede lesse dal pulpito la bolla. Al termine l’Arcivescovo come Gran Priore onorario consegnò la Basilica ai Domenicani, non senza aver ringraziato il precedente capitolo. Il maestro generale dei Domenicani rispose ringraziando l’arcivescovo e aggiungendo: sono grato ai canonici i quali – pur scomparendo il capitolo – individualmente non scompariranno, in quanto continueranno a lavorare con noi. Noi siamo certi di poter assicurare alla Basilica di San Nicola giorni di nuovo magnifico splendore. Il coro intonava allora  il Te Deum. Dopo di che il Suarez celebrò la messa in rito domenicano, concludendo con una processione in cripta per rendere omaggio alle reliquie di S. Nicola. Nel pomeriggio, alle 15,30 un Corteo si formò verso il cimitero da S. Francesco (altra chiesa domenicana a Bari) per la Crociata domenicana del rosario. La cerimonia si concluse dinanzi al sagrato dei caduti in guerra, mentre nell’aria si diffondeva il canto della schola cantorum dei Domenicani di Napoli. Per l’occasione parlarono P. Gregorio e P. Tarcisio domenicani. Quindi l’arcivescovo Mimmi. Infine mons. Natale, parroco della cattedrale, recitò la preghiera per il giubileo.
     I festeggiamenti per l’ingresso dei Domenicani non fecero dimenticare che c’erano ancora i canonici. Per cui, nella stessa giornata dell’ingresso, si stipulò una Convenzione tra i Rmi PP. Domenicani e i Rmi Canonici di S. Nicola[4]. L’accordo prevedeva i seguenti punti:
A ciascun canonico sarebbero state date  lire 750 al giorno in cambio di 20 messe al mese senza elemosina. Una tantum avrebbero avuto lire 100.000 (dal fondo Liberamente Disponibile della Basilica). Avrebbero avuto facoltà di celebrare in Basilica con le insegne canonicali in orari concordati col rettore (e con uno stipo loro riservato in sacrestia).
I Domenicani da parte loro avrebbero comprato libri e oggetti dai canonici a prezzo d’acquisto. Avrebbero altresì garantito il funerale in Basilica alla morte del canonico.
    A tale convenzione fu allegato ben presto un Supplemento privato redatto al fine di salvaguardare la Dignità del canonico in seno al capitolo. Per la prima dignità del Capitolo lire 500 al mese oltre al convenuto. Per la seconda 400, per la terza 300. I Domenicani si impegnavano a continuare la sovvenzione mensile che il Capitolo dava all’ex cappellano della Basilica Logroscino Nicola, al momento  in casa di salute (2000 lire al mese). Le messe di suffragio sarebbero state 10, anziché 5. Ogni canonico avrebbe avuto in sacrestia uno stipo per le insegne canonicali.   
     Così, grazie ai tempi lunghi della Santa Sede, grazie all’interessamento di uomini come il sindaco Di Cagno e il sottosegretario agli Esteri Aldo Moro, allo spirito di sacrificio dei canonici e all’entusiasmo della prima comunità domenicana, la Basilica si apprestava a superare l’ultimo secolo di crisi e a procedere verso mete nuove, ma profondamente legate alla sua vocazione originaria. La sua proiezione verso l’Oriente avrebbe trovato nei Domenicani interpreti convinti, e decisi non solo a non arrendersi di fronte agli ostacoli accumulatisi nei secoli, ma ad offrire alla Santa Sede un supporto culturale e teologico idoneo a superare i momenti difficili. Né i Domenicani contavano solo sulle loro forze, convinti come erano che S. Nicola dall’alto avrebbe benedetto la loro opera.
 
 
 
 
[1] Gazzetta del Mezzogiorno del  20 febbraio 1951 (p. 4).
[2] Archivio della Basilica, Novecento, 150. Ecco l’elenco dei canonici al momento dell’arrivo dei Domenicani:
De Palma Carmine (1886, 1902). Arcidiacono
Rotondo Giovanni fu Vitantonio (1886 e 1908). Cantore
De Palma Paolino fu Vito (1886 e 1902. Primicerio
Sacchetti Giuseppe (1888 e 1902)
Gemma Benedetto (1886 e 1909)
Rotondo Giovanni fu Michele (1886 e 1910)
Di Monte Rocco (1886 e 1916)
De Molizze Vincenzo (1908 e 1919)
Maffei Martino (1911 e 1921)
Di Piero Onofrio (1912 e 1921)
Ambrosini Leonardo (1913 e 1922)
Logroscino Nicola, cappellano (1914) ricoverato in casa di cure.
[3] 26 novembre 1951 (p. 5): La Basilica di San Nicola all’Ordine dei Domenicani.
[4] Archivio della Basilica, Novecento, 150.