La scelta dei domenicani

   Avendo incassato il no dei Benedettini, la Santa Sede nel corso del 1950 intraprese contatti con altri ordini religiosi. Si trattò ovviamente di contatti estremamente discreti, che si conclusero verso la fine dell’anno con l’accordo con i Domenicani.
    Il primo documento ufficiale sull’arrivo dei Domenicani a S. Nicola è una lettera della Sacra Congregazione[1] all’arcivescovo di Bari, datata 15 gennaio 1951. In essa la Santa Sede comunicava il nuovo riassetto “domenicano” della Basilica. Tuttavia il titolo di Gran Priore non sarebbe andato al priore dei Domenicani, ma all’Arcivescovo di Bari. L’ufficiatura ad nutum sanctae sedis era affidata ai Domenicani, con l’uso dei fabbricati. L’Arcivescovo avrebbe potuto celebrare una messa pontificale in una delle due feste nicolaiane, usare la Basilica per adunanze di grande rilievo, nominare i componenti del comitato delle feste dietro presentazione dei candidati da parte del rettore; presiedere e moderare la processione di maggio. La nomina del superiore regolare sarebbe stata della Santa Sede previa presentazione del nome da parte del maestro generale. Il superiore regolare avrebbe goduto dei privilegi previsti nel decreto concistoriale del 6 dic 1919, oltre alla rappresentanza giuridica dell’ente. I Domenicani sarebbero stati esenti dall’Arcivescovo, e avrebbero assunto l’amministrazione della Basilica rendicontando alla S. Sede entro il 31 marzo di ogni anno. Essi avrebbero gestito anche gli introiti, come si sarebbero occupati della manutenzione dei fabbricati. Avrebbero inoltre mantenuto in servizio gli ecclesiastici e i laici che lo erano al momento del loro ingresso. Avrebbero consegnato all’Arcivescovo il supero delle messe per il clero locale. Si sarebbero accordati con l’Arcivescovo anche a proposito delle tre chiese di Casamassima, Noia e Valenzano. L’Arcivescovo avrebbe letto la bolla di affidamento.
          Esattamente un mese dopo (15 febbraio 1951) la Sacra Congregazione Concistoriale scriveva  a Carmine De Palma in veste di vicario del Capitolo[2]. Il card. Piazza vescovo di Sabina informava il Capitolo che, fermo restando il decreto concistoriale del 6 dicembre 1919, il titolo di Gran Priore sarebbe stato assegnato all’Arcivescovo di Bari, mentre l’ufficiatura ad nutum S. Sedis sarebbe stata affidata ai Frati Predicatori, e che Il Superiore regolare della Basilica avrà “congrua congruis referendo” tutti quei diritti e quei doveri che il citato decreto concistoriale del 6 dicembre 1919 attribuisce al Gran Priore, ed avrà anche la rappresentanza giuridica dell’ente. I Domenicani assumeranno l’amministrazione dando annualmente conto alla Congregazione concistoriale. Essi avrebbero mantenuto nello stato attuale il personale ecclesiastico e laico. Il provvedimento sarebbe stato reso pubblico sull’Osservatore Romano di sabato 17.
     Ci si potrebbe chiedere per quali canali la vicenda si concludesse con la scelta dei Domenicani e non di un altro ordine. Dato che molti contatti furono informali, non è facile individuare la pista. Tuttavia c’è un indizio che potrebbe aiutare a capire. Come si è detto, il principale promotore della svolta era stato il sindaco Vito Antonio Di Cagno, e il suo principale e più potente intermediario era stato il giovane Aldo Moro. L’anello dell’intera vicenda sta forse nel particolare che pochi anni prima Moro era nella FUCI di Bari ed era in stretto rapporto col padre domenicano Gregorio Inzitari, al punto che aveva deciso di entrare nel Terz’Ordine domenicano. Tutto ciò mi fu riferito dallo stesso Padre Inzitari pochi anni prima di morire, mostrandomi non poche foto di lui con Aldo Moro. Di conseguenza, è più che plausibile che la voce decisiva a favore dei Domenicani sia stata quella di Aldo Moro.
    Né la cosa dovette apparire strana ai Baresi, ricordando che sin dagli inizi del secolo i frati di questo ordine si erano distinti come predicatori in S. Nicola. Il P. Pio Scognamiglio già nel 1925 aveva scritto un libro sulla manna di S. Nicola, ed alcuni anni dopo una Vita del Santo. Sul Bollettino erano apparsi articoli su S. Nicola e l’Ordine domenicano (1926), S. Nicola nell’arte del Beato Angelico (1927), e i fedeli avevano ascoltato la predicazione in Basilica del p. Carlo Alheid (1946).
     Questi precedenti resero alquanto più agevole il “ripensamento” di vari scrittori che, come il Babudri, si erano sbilanciati a favore dell’Ordine benedettino. Questi pubblicò presto un articolo[3] in cui, partendo dal Memoriale cittadino del 1 novembre 1950 che chiedeva alla S. Sede di mantenere l’esenzione della Basilica dall’ordinario, passava a ricordi personali, come quello del Savinetti che, prima di morire (30 luglio 45), usava dire che sarebbe stato l’ultimo Gran Priore. La risposta della Santa Sede alle istanze cittadine era stata il decreto concistoriale del 17 febbraio 1951, che non poneva la chiesa sotto l’Arcivescovo gran priore (come alcuni hanno scritto), ma l’ha mantenuta indipendente, in quanto tale titolo è solo onorifico. In conclusione: Bari perde un suo capitolo, che ha una storia famosa, e ai cui canonici è provveduto, vita natural durante, con dignità dall’art. 7, lett. A, e perde una dignità priorile, di cui rimane solo un’ombra, ma in compenso guadagna in San Nicola un rettorato con i PP. Domenicani, sotto auspici fausti e rosei, e sotto l’egida della storica indipendenza giurisdizionale rimasta intatta, onde nel nome del gran Santo, Domenico di Guzman, che Dante mette in luce mirabile di creativo fuoco ardente – ignis ardens – i PP. Domenicani riporteranno di certo la basilica gloriosa ai fasti dei due grandi abati benedettini il b. Elia ed Eustasio.
 
 
 
 
 
[1] Ivi.
[2] Ivi.
[3] Il Giornale d’Italia (1 marzo 1951, p. 4): La portata di un decreto concistoriale. La Basilica di S. Nicola affidata ai domenicani conserva la diretta dipendenza dalla Santa Sede.