L'icona di San Nicola di Uroš III

L’icona donata dallo zar di Serbia Uroš III (1322-1331) è certamente uno dei pezzi artistici più preziosi conservati nella Basilica di S. Nicola di Bari. Insieme alla bella pergamena con sigillo d’oro di Stefano Dušan (1346) è l’unico dono degli zar di serbia pervenutoci integro. L’altare d’argento donato da Uroš II Milutin nel 1319 fu infatti fuso e completamente rifatto nel 1684.
Sulla scia del dono ben documentato dell’altare d’argento gli scrittori baresi attribuirono anche l’icona ad Uroš II. Personalmente, dopo aver seguito per qualche tempo gli scrittori baresi, mi sono allineato agli studiosi serbi che l’attribuiscono ad Uroš III. Una verifica dei titoli usati nell’inventario del 1361 (Rex Urosius per il donatore dell’altare d’argento e quindi per Uroš II, Rex Sclavonie per Uroš III e Caesar Sclavonie perDušan) mi ha confermato nell’opinione degli studiosi serbi. Senza dire che in fondo alla riza, al centro si vede un Tretij (terzo) e che nella vita di Uroš III c’è il miracolo di S. Nicola che restituisce gli occhi ad Uroš III fatto accecare dal padre, episodio celebre in tutto il mondo slavo (vedi il mio Gli zar di Serbia, la Puglia e S. Nicola, Bari 1989).
L’icona presenta un S. Nicola a figura intera che campeggia nella tavola. La riza copre molto dell’immagine ma lascia visibili la grande testa del Santo, le figure in alto di Gesù e della Madonna, le tre dita della sinistra che regge il vangelo, nonché la mano destra stesa all’infuori e benedicente.
I paramenti episcopali caratterizzati dalle croci verde-scuro su fondo oro, sono ugualmente ben visibili eccetto che per lo spazio coperto dall’omophorion. Il re e la regina ai suoi piedi sono ben visibili, eccetto che per le corone e i riquadri con le scritte in slavo. Tutta una striscia d’argento corre lungo i bordi dell’icona.
Nei due angoli in alto, secondo la tradizionale tipologia bizantina, si vedono il Cristo (a sinistra) che porge il vangelo e la Madonna (a destra) che porge l’omophorion. 
La testa di Gesù è fra le due scritte IC e XC, quella della Madonna fra MP e ThY. Come è noto il Cristo e la Vergine rappresentano l’apparizione nel carcere di Nicea, dove Nicola era stato rinchiuso per lo schiaffo ad Ario, e la restituzione dei paramenti episcopali che gli erano stati tolti per ordine di Costantino. 
Ai piedi del Santo, come se in ginocchio, si vedono Uroš III a sinistra e la moglie Maria a destra. Essi però rappresentano la seconda e più recente versione dell’icona. Infatti le loro teste vanno a riempire (e coprire) due riquadri con iscrizioni slave di qinque righi, che sicuramente avrebbero rivelato i nomi dei primitivi donatori (alla Basilica ?). Del resto il volto del primitivo zar donatore, dopo i restauri prima di Michele Giove e Cesare Franco (1966) e poi di Vincenzina Lagravinese e Rosanna Lerede (1998), è perfettamente visibile.
 
La prima versione è decisamente più bizantina, come dimostrano le pieghe dei vestiti del Cristo e della Madonna coperte dalla riza. E’ difficile però dire se la seconda versione segnò già di per sé il distacco dallo stile bizantino, o se questo distacco fu provocato poco a poco dai continui restauri avvenuti nel corso dei secoli. Forse anche il colore scuro del volto del Santo, più che all’antica immagine dipinta, lo si deve alla tradizione barese del “S. Nicola nero”.
 Fra il Medioevo e l’età moderna l’icona serba fu la più famosa delle immagini nicolaiane in Europa, anche per il fatto che verso la fine del XV secolo era ritenuta come la Vera effigies Sancti Nicolai. Una tale dignità le derivò forse dall’essere collocata sull’altare principale della sala del Tesoro. Per cui in tutta l’Europa e persino in Russia ebbe delle imitazioni come “vera immagine di S. Nicola”. Le imitazioni riguardavano soprattutto le croci verde-scuro, le strisce delle maniche e lo sfondo d’oro.
      Non è facile determinare chi siano gli zar (e le rispettive mogli), se Uroš III in alto e Uroš II all’altezza della sua cintola, oppure Stefano Dušan in alto e Uroš III all’altezza della sua cintola. Un leggero indizio a favore di quest’ultima ipotesi è rappresentato dalle lettere oša t che fuoriescono sotto la testa della regina, ove l’iscrizione potrebbe essere parte di Uroša tret’ego (Uroš III), che in tal caso sarebbe il donatore primitivo sottostante (cioè all’altezza della cintola dell’ultimo donatore). Ma è solo un’ipotesi basata sul suddetto labile indizio. Non vi sono altri argomenti in un senso o nell’altro.
       La grande riza d’argento è molto bella e dà all’icona un’aura di preziosità. Senza la riza la tavola appare meno preziosa, ma non meno interessante e meravigliosa. Ammirandola si ha infatti l’impressione di trovarsi dinanzi ad un capolavoro slavo-bizantino, con lo straordinario particolare del palinsesto, estremamente interessante dal punto di vista iconografico, storico e, non ultimo, della tecnica pittorica medioevale.