Fra il Cinquecento e Seicento

Documenti relativi alle due feste e alle fiere divengono sempre più numerosi nei secoli successivi, anche se nessuno parlerà del modo in cui la festa popolare si svolgeva. Un particolare che emerge dai “Quinterni” dell’Archivio di S. Nicola (messi in luce da V.A. Melchiorre), è quello dell’addobbo della cripta nella prima metà del XVI secolo. Vi si parla di luci e addobbi diversi, nonché di mazzetti di “mortella” sparsi qua e là, più tardi sostituiti da rami d’arancio o limone, che avrebbero dovuto dare una particolare fragranza.
Se prescindiamo dalla festa liturgica, attestata come si è visto dai documenti ecclesiastici, e dalla fiera, corredata da numerosi diplomi regi, per giungere su un terreno solido a proposito della festa popolare bisogna attendere il 1620, con la comparsa della Historia di S. Nicolò del gesuita barese P. Antonio Beatillo. Anch’egli sembra che non abbia trovato granché dal punto di vista della documentazione, ricorrendo ad alcune argomentazioni indirette per affermare che la festa sin dai tempi antichi fu solennizzata con pompa segnalatissima. Tuttavia egli riporta anche una tradizione che ricordava da bambino e che quindi affondava le sue radici in epoche precedenti: l’usanza dell’università di Bari di mandare in dono in tal giorno alla Chiesa del Santo, per solennizzar più la festa, molte torce accompagnate per tutte le piazze della città con suoni di pifari, tamburi, e trombe; e due grandi stendardi lavorati vagamente di seta, et oro, un de’ quali era della Chiesa stessa del Santo, e l’altro al principio de’ Duchi, e poi a suo tempo de’ Rè del nostro Regno di Napoli.
Se fosse corretta la congettura del Beatillo, che uno degli stendardi fosse dell’epoca ducale, si potrebbe pensare che tutte queste manifestazioni popolari (che sembrano preludere al corteo storico) fossero di antica data. Il periodo ducale va infatti dal 1071, anno della conquista di Bari da parte dei normanni al 1130, quando cominciò la monarchia normanna. E’ molto probabile dunque che il comune promuovesse sin dagli inizi una specie di corteo storico, ma il primo dato certo non va oltre il Cinquecento.
Ancora dai “Quinterni” veniamo a conoscenza del ruolo riservato nella festa ai fuochi pirotecnici, per i quali il capitolo destinava somme notevoli. A semplificare la cosa venivano coinvolti i battaglioni di stanza a Bari. Ad essi veniva consegnata una certa quantità di polvere, e i soldati avrebbero provveduto a coordinare i colpi di moschetteria e di cannoni. Poco a poco cominciarono ad essere ingaggiati abili artificieri, non necessariamente appartenenti all’esercito, i quali si preoccupavano di sparare in concomitanza della messa cantata e dopo la recita del panegirico. Il numero dei botti variava da 160 a 250, a seconda della situazione finanziaria del momento. Analogamente a quanto accade anche oggi, la scarica di colpi si chiudeva con due colpi molto più potenti degli altri, designati come “femmine”.