Il «miracolo» dei naviganti

All'episodio della distruzione del tempio di Artemide Michele archimandrita collegherà, dopo la morte del Santo, il cosiddetto Thauma de Artemide, che riguarda piuttosto il culto del Santo e i pellegrinaggi alla sua tomba.  L'elemento di congiunzione sarà uno dei dèmoni scacciati dal tempio da Nicola, che per «vendetta» cerca di ripagare il Santo con la stessa moneta: come Nicola aveva abbattuto il tempio di Diana, così egli ora con uno stratagemma farà distruggere la chiesa di Nicola.
Il diavolo, dopo essere stato espulso dal tempio di Diana ed aver vagato senza meta, prese le sembianze di una povera donna che avvicinò dei pellegrini, i quali stavano imbarcandosi per andare alla chiesa di San Nicola. Dicendosi rattristata per non poter andare con loro, chiese che gli portassero per sua decozione un vasetto d’olio con lui ungere le pareti della chiesa.  Durante il viaggio, Nicola smascherò  l'opera del demonio, facendo gettare l'olio in mare e calmando la tempesta di fuoco e acqua, e rendendo così vana l'impresa del demonio. Dallo strumento utilizzato dal demonio, molti scrittori intitoleranno questo episodio Vasetto d’olio.
Michele Archimandrita riporta anche un altro miracolo, quello noto come Praxis de nautis.
 
    Una volta alcuni marinai, mentre erano in navigazione, per una demoniaca macchinazione, si trovarono in mezzo ad una tempesta che per il vento violentissimo provocava onde gigantesche.  Per cui si resero conto che da ogni parte erano circondati da pericoli di morte.  Si ricordarono allora di S. Nicola e invocarono il suo aiuto, chiamandolo per nome.  Il santo padre nostro e rapido soccorritore di coloro che lo invocano con fiducia nelle disgrazie, secondo il volere di Dio, apparve loro proprio nel momento di maggiore angoscia e disse: «Ecco, mi avete chiamato, e sono accorso ad aiutarvi».  Così fu visto dai marinai, ed oltre a confortarli e incoraggiarli, si mise anche a lavorare con loro spostandosi sulla nave ove c'era bisogno, cioè tra le gomene e i pali.  In tal modo, per la potenza di Dio li salvò dal pericolo e, dopo averli salvati, li guidò in un porto tranquillo".
 
Ciò che distingue questo dagli altri miracoli del mare è il seguito del racconto. I marinai salvati, infatti, giunsero in porto e non videro più il loro salvatore.  Si recarono quindi in chiesa. In un primo momento non riconobbero il santo vescovo, perché non avendo indossato i paramenti vescovili sembrava uno qualsiasi del clero.  Poi però, informatisi, lo riconobbero e lo ringraziarono.  Nicola ricordò loro che il loro carattere (incline all'ingiustizia e alla lussuria) attirava l'ira divina.  Per ottenere perciò la misericordia di Dio avrebbero dovuto camminare nella via della virtù.
Nella Praxis de nautis siamo fuori del tempo («Una volta»), con personaggi senza nome («alcuni marinai»).  Non è fatto il nome neppure del porto ove li fece riparare Nicola (presumibilmente quello di Mira) né della chiesa ove Nicola stava con gli altri sacerdoti.  Praticamente questo «miracolo» non offre alcun appiglio di qualsiasi genere per legittimare un minimo di attendibilità storica. Per cui, il valore di queste narrazioni, più che nell’improbabile storicità, è nella testimonianza dell’antichità dei pellegrinaggi alla sua tomba.