Riduzione del tributo

Dopo la vicenda dei tre generali che, come si è detto, risponde a tutti i requisiti della narrazione storica criticamente attendibile, gli altri episodi della Vita di Nicola provengono dalla tradizione mirese, pervenutaci soprattutto attraverso la Vita di San Nicola  di Michele Archimandrita, ma anche in scritti vaganti. Sulla loro storicità è di conseguenza difficile esprimersi. Potrebbero essere storici, ma potrebbero essere anche rielaborazioni popolari tendenti ad individuare in Nicola momenti positivi della storia della loro città. 
     Secondo una di queste tradizioni, pervenutaci in un testo a sé stante, intorno allo stesso periodo in cui si era svolta la vicenda dei tre ufficiali, vale a dire qualche anno dopo il Concilio di Nicea (probabilmente fra il 331 ed il 333), Nicola avrebbe portato a termine un’altra iniziativa, questa volta coinvolgente l’intera popolazione di Mira, colpita dall’aumento delle tasse disposto dall’imperatore Costantino.
 
I Miresi pensarono allora di rivolgersi al loro vescovo che in più occasioni si era fatto carico dei loro problemi:
 
    «Figli miei amati, non solo vi aiuterò con delle lettere, ma mi recherò di persona dall’augusto imperatore per tale causa.  E non cesserò di scongiurarlo con dolci parole e lo convincerò a por termine con un suo ordine alla sciagura di questo tributo che ci hanno imposto spinti da odio e invidia.
 
     Giunto a Costantinopoli, andò a pregare nel tempio della Vergine alle Blacherne, dove andarono a riverirlo i vescovi della città, che celebrarono con lui.
      Da notare che l’agiografo, in questa narrazione si lasciò prendere la mano, cadendo in non pochi anacronismi. La chiesa di cui si parla, infatti, la Madre di Dio alle Blacherne, fu costruita oltre un secolo dopo la morte di Nicola.  Il movimento monastico era ancora agli inizi e non potevano esserci monasteri a Costantinopoli in epoca così antica.  Gli atti di omaggio degli altri vescovi verso S. Nicola sono decisamente esagerati e riflettono una notorietà del Santo che, come si è visto, non corrisponde alla realtà del tempo.
 
   Allo spuntar del giorno, S. Nicola si recò al palazzo, dal nostro piissimo imperatore.  Egli salì e si verificò questo prodigio: quando i raggi del sole entrarono attraverso le finestre, l’imperatore si sedette e gettò il suo mantello su un raggio di sole e il mantello si mantenne sollevato e sospeso su di esso.  L’imperatore visto il miracolo del mantello che restava sospeso senza che nessuno lo sostenesse, intimorito si alzò e fece dimostrazioni di affetto al nostro santo padre Nicola e lo invitò a sedersi vicino a lui.  Quindi l’imperatore gli parlò dicendo: «Chi ha spinto il nostro santo padre Nicola ad accusare la nostra umile persona?».
     Il nostro santo padre disse: «Sire, imperatore, poiché tutto il mondo cristiano è governato e, per così dire, covato dalla tua maestà, esso come un nido ti considera suo signore e guida, che lo nasconde per tenerlo al riparo, insieme ai suoi uccellini, dallo sparviero e dalle altre fiere, cioè, in altre parole, dai barbari, dai popoli di altra fede e da ogni circostanza dolorosa.  Io dunque pensavo che questo tuo compito valesse e fosse esercitato anche per la mia patria, ma a quanto pare non è così».  L'imperatore intimorito gli rispose: «E che cosa è accaduto alla tua patria, padre?».  Il santo disse: «Sire, imperatore, siccome alcuni, nonostante le proteste e la nostra opposizione, sia mia che di qualche altro cittadino, hanno aumentato le imposte della città di Mira fino a diecimila denari, tutto il popolo è giunto ad una miseria estrema e la gente è morta e continua a morire di fame fino ad oggi, oppressa e pungolata dal servo dell’imperatore.  Ma essa non può pagare.  Per questo cerco di ottenere clemenza da sua maestà».
 
L'imperatore dunque chiamò il suo notaio Teodosio e lui presente chiese a Nicola: «Quanto vuoi che io prenda di tributo, padre?».  Nicola gli rispose: «Scrivi, cento denari».  L'imperatore fece scrivere come aveva detto il Santo, quindi gli consegnò la carta della concessione.  All'uscita dal palazzo, Nicola, trovata una canna, legò ad essa la carta e la gettò in mare.  Per disposizione di Dio, in quel momento la canna con la carta raggiunse Andriake, il porto di Mira.  Alcuni pescatori la videro e la portarono ai notabili della città.  Quelli, dopo averla letta, andarono a mostrarla al governatore, che appena la vide riconobbe su di essa il sigillo dell'imperatore.  Non ebbe più animo di contraddire, riscosse il tributo nella misura indicata e, assai timoroso, prese con premura la carta e la custodì in archivio.
 
  Alcuni uomini, continua l'ignoto autore, tre giorni dopo che Nicola era giunto a Costantinopoli, si recarono dall'imperatore e gli fecero notare che «la maggior parte dei tributi della tua casa» provenivano da Myra, e che quindi l'imperatore stesso risultava il più danneggiato a seguito di quella riduzione.  Allora Costantino chiamò nuovamente Nicola dicendogli di essersi sbagliato e che intendeva rivedere i numeri del privilegio che gli aveva concesso. Nicola gli disse che ciò era impossibile: «Signore, viva il tuo regno.  Sono già trascorsi tre giorni da quando il tuo ordine è giunto a Mira».  Sorpreso, Costantino inviò allora un suo messo a Mira per controllare la veridicità dell'affermazione di Nicola. Quando il messo fece ritorno nella «città santa» (Costantinopoli), riferì a Costantino che le cose stavano proprio come Nicola aveva detto, al che l’imperatore sentenziò: «Sia convalidato l'ordine secondo la carta che per il Santo stilammo allora».