La festa di San Nicola
Sin dai primi anni che seguirono alla traslazione di S. Nicola da Mira a Bari (1087), in occasione dell’anniversario di questo avvenimento si organizzarono feste in onore del Santo. Addobbi d’ogni genere, fiere, pellegrinaggi, messe solenni, processioni, bande, cortei di terra e di mare, e più tardi i fuochi pirotecnici, dovettero fare la gioia dei grandi e dei piccoli. La città celebrava l’avvenimento più caratteristico della sua storia, che così diveniva la festa della città.
1. I primi tempi
Per quanto strano possa apparire, l’andamento della festa di S. Nicola nei primi secoli dopo la traslazione è particolarmente carente di documentazione. Il primo riferimento alla festa liturgica sembra trovarsi nella narrazione russa: Quel giorno, il papa di Roma Urbano (per errore è scritto Germano), i vescovi e tutti i cittadini istituirono una grande festa in onore del Santo, che ripetono annualmente sino al giorno d’oggi. Mangiarono, bevvero e fecero festa in quei giorni, e molti doni fecero ai poveri. Mentre nella bolla di consacrazione di Elia (1089) le espressioni erano ancora generiche (le festività di S. Nicola, S. Sabino, ecc.), nelle successive bolle di concessione del pallio da parte dei romani pontefici si cominciò a distinguere la festività del 6 dicembre da quella del 9 maggio.
L’attività di compravendita e quindi un primo accenno alle fiere si può trovare in un diploma di Costanza (1117), vedova di Boemondo, anche se il testo non parla di fiere: Insuper tibi personaliter quamdiu vixeris concedo et dono plateaticum quod palatio meo, et filii mei carissimi Boamundi pertinet. De omnibus rebus, quae venduntur ab illis, qui in domibus, quae infra ambitum praedictae curtis sunt amodo hospitabuntur, videlicet de auro et argento et cuiuscumque generis, equitationis et atinis, et pannis sericis et lineis, pellibus griscis, berariis et arminiis, et cuiuscumque modi.
A due feste, come a due fiere, fanno riferimento le Consuetudines Barenses, scritte intorno all’anno 1200 da Andrea da Bari. Mentre, una pergamena del 1254 attestava che in occasione delle due festività di S. Nicola, l’arcivescovo o il suo vicario con tutti i canonici della cattedrale si recava processionalmente alla Basilica per celebrare l’ufficio divino. Al termine, tutti venivano calorosamente accolti in una sala del capitolo e potevano condividere un fraterno convito, che poteva essere una cena o qualcosa come un rinfresco.
2. Fra il Cinque e il Settecento
Documenti relativi alle due feste e alle fiere divengono sempre più numerosi nei secoli successivi, anche se nessuno parlerà del modo in cui la festa popolare si svolgeva. Un particolare che emerge dai “Quinterni” dell’Archivio di S. Nicola (messi in luce da V.A. Melchiorre), è quello dell’addobbo della cripta nella prima metà del XVI secolo. Vi si parla di luci e addobbi diversi, nonché di mazzetti di “mortella” sparsi qua e là, più tardi sostituiti da rami d’arancio o limone, che avrebbero dovuto dare una particolare fragranza.
Se prescindiamo dalla festa liturgica, attestata come si è visto dai documenti ecclesiastici, e dalla fiera, corredata da numerosi diplomi regi, per giungere su un terreno solido a proposito della festa popolare bisogna attendere il 1620, con la comparsa della Historia di S. Nicolò del gesuita barese P. Antonio Beatillo. Anch’egli sembra che non abbia trovato granché dal punto di vista della documentazione, ricorrendo ad alcune argomentazioni indirette per affermare che la festa sin dai tempi antichi fu solennizzata con pompa segnalatissima. Tuttavia egli riporta anche una tradizione che ricordava da bambino e che quindi affondava le sue radici in epoche precedenti: l’usanza dell’università di Bari di mandare in dono in tal giorno alla Chiesa del Santo, per solennizzar più la festa, molte torce accompagnate per tutte le piazze della città con suoni di pifari, tamburi, e trombe; e due grandi stendardi lavorati vagamente di seta, et oro, un de’ quali era della Chiesa stessa del Santo, e l’altro al principio de’ Duchi, e poi a suo tempo de’ Rè del nostro Regno di Napoli.
Se fosse corretta la congettura del Beatillo, che uno degli stendardi fosse dell’epoca ducale, si potrebbe pensare che tutte queste manifestazioni popolari (che sembrano preludere al corteo storico) fossero di antica data. Il periodo ducale va infatti dal 1071, anno della conquista di Bari da parte dei normanni al 1130, quando cominciò la monarchia normanna. E’ molto probabile dunque che il comune promuovesse sin dagli inizi una specie di corteo storico, ma il primo dato certo non va oltre il Cinquecento.
Ancora dai “Quinterni” veniamo a conoscenza del ruolo riservato nella festa ai fuochi pirotecnici, per i quali il capitolo destinava somme notevoli. A semplificare la cosa venivano coinvolti i battaglioni di stanza a Bari. Ad essi veniva consegnata una certa quantità di polvere, e i soldati avrebbero provveduto a coordinare i colpi di moschetteria e di cannoni. Poco a poco cominciarono ad essere ingaggiati abili artificieri, non necessariamente appartenenti all’esercito, i quali si preoccupavano di sparare in concomitanza della messa cantata e dopo la recita del panegirico. Il numero dei botti variava da 160 a 250, a seconda della situazione finanziaria del momento. Analogamente a quanto accade anche oggi, la scarica di colpi si chiudeva con due colpi molto più potenti degli altri, designati come “femmine”.
3. Il XIX secolo
Due documenti (del 1832 e 1842), tratti dal Melchiorre dal fondo “Priorato”, sono le prime testimonianze della processione a mare. Nel secondo di questi, ad esempio, è detto: Per inveterato religioso costume suole questa città e la mia Real Chiesa specialmente fare la commemorazione della Traslazione delle reliquie di S. Nicola da Myra a Bari ove riposano, figurando la venuta del Santo da mare, che viene poi al Molo ricevuto dalla Plebe cristiana, la quale in gran numero riceve una statua del Santo nel dì otto d’ogni mese di Maggio, che porta di giorno e di sera in Processione per la Città con immensi lumi e senza mai accadervi disturbo alcuno in effetto della somma divozione, che vi si tiene.
Da una successiva descrizione di Giulio Petroni nella sua Storia di Bari, si deduce che la festa a mare dell’8 maggio non era molto diversa da quella attuale, fatta eccezione ovviamente del tipo di luminarie. Su due battelli la statua di S. Nicola si staccava dalla spiaggia di S. Leonardo (all’altezza del Largo Adua), e dopo essere stato sul mare, sull’imbrunire rientrava a terra, continuando la processione fra due fila di marinai. Questi ultimi portavano giubetta di velluto nero, panciotto di panno lano scarlatto con parecchi ordini di bottoni d’argento pendenti, pantaloni di tela bianca con sciarpa di seta a vari colori stretta ne’ fianchi.
La suggestività della festa a mare colpì anche un pellegrino russo, Vladimir Mordvinov (nel 1874 o qualche anno prima), che lasciò questa descrizione: All’alba tutti si avvicinano al mare. Sul molo, con un ricco addobbo alla maniera degli altari cattolici, appare il clero di Bari e dei paesi vicini indossando i paramenti sacri. Su un palco appositamente preparato si dispongono le autorità civili e militari in uniforme. Il disco del sole emerge dalle lontane acque dorate del mare, e in lontananza, dall’oriente spunta appena visibile una flottiglia di piccole imbarcazioni. Sono le barche che, la sera precedente per tempo, hanno preso il largo senza farsi notare dagli abitanti. Ora, al mattino, tornano festosamente, riccamente ornate. Sulla barca principale è innalzata l’immagine di S. Nicola Taumaturgo, circondata dal clero. Si diffonde nell’aria un soave canto liturgico, al quale partecipano, quasi fosse un dialogo musicale, altri cantori ecclesiastici che si trovano a riva. L’arcivescovo con tutto il clero va incontro alla statua del Santo accogliendola sul molo, e la processione si snoda gradatamente dal mare verso le vie della città. Avanti vanno centinaia di bambini vestiti di bianco, che portano fiori. Dietro, in abiti simili a quelli dei monaci, migliaia di soci di varie congregazioni religiose di beneficenza. Colossale è la statua del Santo portata a spalla dai devoti, innumerevoli i cortei del clero recanti grandi candele in mano, al termine dei quali viene l’arcivescovo col suo seguito. Ondate di gente, crepitìo di mortaretti, spari, canti e musiche, al suono di tutte le campane dell’antica Bari e con lo scampanìo delle celebri campane della Basilica di S. Nicola. Tutte cose che formano un quadro commovente e solenne. Questa è l’impressione che si ricava dalla festa in onore del nostro amato Santo in quella lontana città straniera.
Negli anni ottanta del XIX secolo, forse anche in prossimità dell’8º Centenario della Traslazione, si cercò di accentuare l’aspetto organizzativo, introducendo anche la “caravella”. Ai primi del 1887, il Comitato popolare della festività del Centenario di S. Nicola fu insediato in una diecina di sottocommissioni con compiti specifici che andavano dalle finanze alla lotteria di beneficenza, dall’illuminazione e gli spettacoli pubblici alla fiera e al festival. Alcune commissioni ebbero il compito di curare gli alloggi, le trattorie, le regate, le musiche e persino la storiografia. Le feste avrebbero dovuto durare dal cinque maggio, inaugurate da 21 colpi di cannone, fino al cinque giugno, con la premiazione degli espositori alla fiera enologica.
Una finta barca o “caravella”, sulla quale dinanzi alla Basilica la sera del 7 maggio fu issato un vecchio quadro del Santo, fu trainata a braccia da una trentina di marinai in costume fino alla piazza Cavour. Li precedeva un vessillifero a cavallo con le insegne del comune. Il quadro, che sembra essere lo stesso impiegato in molte recenti edizioni del corteo storico (firmato Simplicius, e datato MDCXXVI), veniva poi collocato sull’altare del tempietto di piazza Mercantile.
L’8 maggio si tenne la tradizionale processione a mare, con sbarco e imbarco sulla spiaggia di S. Lorenzo, con la viva partecipazione dei pellegrini. E le feste continuarono il 9 e i giorni successivi. Il che però non vuol dire che si riuscisse a mantenere fede a tutti gli impegni e progetti. Alcune manifestazioni dovettero essere omesse, e qua e là affioravano le tracce di una organizzazione alquanto approssimativa. Tuttavia, non si può negare che quel centenario rappresentò un momento di spinta nella consapevolezza della cittadinanza. L’impulso dato in quell’anno, infatti, lasciò tracce anche negli anni successivi.
4. Il secolo XX
Dai primi numeri del Bollettino di S. Nicola (fondato nel 1906 per raccontare appunto le feste di maggio e di dicembre) si evince l’attività frenetica nelle vie di Bari in occasione delle feste. Un gran numero di pellegrini (le cifre variano da 15.000 a 30.000) giungevano specialmente dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Campania e dalle Puglie, incentivati anche dalle sensibili facilitazioni ferroviarie. Cinque bande musicali si alternavano a creare una festosa atmosfera in città, mentre la sera il cielo era illuminato dai fuochi pirotecnici. In alcune manifestazioni erano previsti anche lanci di palloncini.
Nella Basilica la liturgia era resa solenne da rinomati predicatori e dalle esecuzioni della Schola cantorum guidata dal maestro P. La Rotella. I canonici si preoccupavano anche di offrire il pranzo ai pellegrini che venivano da lontano (nel 1907 lo ebbero ben 6730 pellegrini).
Pellegrinaggi sono attestati da Frignano Maggiore (CE), Parete e S. Cipriano d’Aversa, Lusciano, S. Arpino, Teverola, Caivano, Cesa (CE, pellegrinaggio dal 1871 guidato dal capogruppo Mosé Ferrante), Vasto Aimone (350 persone, di cui 289 a piedi), Lanciano e S. Vito di Lanciano, Guardiagrele, Orsogna (Chieti), Castelpetroso, S. Angelo in Grotte, Pollutri, Toro, Casalanguida, Mafalda, Palmoli, Castelfrentano, Bomba. Pietrelcina e Montenero di Bisaccia. Così fotografava il Bollettino la situazione nel 1908: Le compagnie di pellegrini recatisi in Bari a sciogliere i loro voti sulla Tomba del Santo dal 20 aprile a tutto Maggio furono in numero di 121 con un complessivo di n. 15 mila provenienti in gran parte dagli Abruzzi, dalla Capitanata, dal Molise, dalla Campania e da tutte le Puglie. Di questi ricevettero gratis il pranzo nell’Ospizio annesso alla R. Basilica quasi novemila oltre a quelli che, non potendo fermarsi più a lungo in Bari per attendere il loro turno, ebbero la sola devozione del pane benedetto.
Per il 1913 il Bollettino di S. Nicola invitava a sempre più splendide feste popolari, ma distinguendole più chiaramente dalle feste religiose. Fu questo un cammino lento, ma continuo. Ed infatti, quando nel 1952 prese il via il Maggio di Bari, le manifestazioni civili furono nettamente distinte da quelle religiose, anche se in alcuni punti il clero partecipava alle manifestazioni civili.
Nel frattempo, dal 1951 la Basilica era affidata alle cure dei Padri Domenicani, subentrati, per volere del papa Pio XII al real capitolo nicolaiano. I nuovi religiosi si trovarono così, con fresco entusiasmo, a sposare il nuovo vento di primavera delle feste di maggio. E gli anni Cinquanta divennero l’epoca d’oro del Maggio di Bari e del Corteo Storico. Ogni nuovo priore dei Domenicani dall’inizio fino ad oggi ha cercato di imprimere un nuovo ritmo. E particolarmente spettacolare risultò la festa del 1987, fortemente voluta dal padre Damiano Bova, rettore del tempo, in occasione del nono centenario. Rieletto nel 2005 continua a tenere i contatti con la pubblica amministrazione, affinché sempre più articolato sia il coordinamento fra le manifestazioni civili e quelle religiose.
I pellegrini vengono ancora, specialmente dalla Campania e dall’Abruzzo e Molise. Il compito della Città è quello di saper essere ospitale e di accoglierli con affetto e simpatia.