
L'ecumenismo spirituale è cercare la volontà di Dio insieme, tramite la preghiera, il sacrificio, il servizio. È prima di tutto un dono dello Spirito Santo e il processo ecumenico è sempre un processo spirituale. L’ecumenismo spirituale è il cuore stesso dell’ecumenismo. La conversione del cuore e della mente, il rinnovamento interiore, la santità di vita e la sequela del Vangelo, la preghiera privata e comune sono al centro di ogni vera attività ecumenica. È nel cuore di ogni persona che nasce l'urgenza di prendere sul serio la chiamata evangelica all'unità. In primo luogo nasce l’esigenza di progredire operando in direzione di una conversione effettiva all'appello del Vangelo. Il Concilio ha contribuito a rendere la Chiesa consapevole dei peccati dei suoi stessi membri e delle strutture di peccato esistenti nella Chiesa stessa (UUS 34), come è cresciuta anche la consapevolezza della necessità di una riforma del volto della Chiesa. L’ecumenismo spirituale è un processo spirituale nel quale non si tratta di un ritorno, ma di un continuo cammino in avanti, è l’anima ed il cuore di ogni vero dialogo ecumenico (UR 7; UUS 21).
Elementi caratteristici della spiritualità attenta ai bisogni del dialogo ecumenico:
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una spiritualità che cerca di pensarsi in comunione, quindi che elimina la tentazione di fare da sé, dell'essere assoluti rispetto a tutto il resto, essa permette di accogliere l’altro come dono di Dio, con le sue diversità, la sua storia e di fare il cammino insieme;
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una spiritualità di una seconda conversione. La prima conversione era una conversione a Cristo avvenuta nel sacramento del battesimo, la seconda invece segna l’apertura agli altri, fratelli nella stessa fede ma non membri della stessa Chiesa. È una conversione che tocca innanzitutto il cuore stesso. Essa permette di pensare all’altro, anche se non membro della mia Chiesa, in termini positivi e riconoscerlo effettivamente come fratello. È anche una conversione orante, cioè che non soltanto prega per l'altro però prega anche per la mia apertura a lui. Infine essa porta a una comunione fattiva di carità e di promozione altrui. Il Concilio Vaticano II afferma chiaramente: “Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione; poiché il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall’abnegazione di se stessi e dalla liberissima effusione della carità” (UR 7);
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una spiritualità della vita quotidiana, dei gesti concreti verso l’unità e che lottano contro ogni forma di pregiudizio. È lo sforzo “per eliminare parole, giudizi e opere che non rispecchiano con giustizia e verità la condizione dei fratelli separati e perciò rendono più difficili le mutue relazioni con essi.” (UR 4). Il decreto conciliare Unitatis redintegratio esortava i cattolici affinché: “ con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani, promananti dal comune patrimonio, che si trovano presso i fratelli da noi separati. Riconoscere le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo talora sino all'effusione del sangue, è cosa giusta e salutare: perché Dio è sempre mirabile e deve essere ammirato nelle sue opere. Né si deve dimenticare che quanto dalla grazia dello Spirito Santo viene compiuto nei fratelli separati, può pure contribuire alla nostra edificazione. Tutto ciò che è veramente cristiano, non è mai contrario ai beni della fede ad esso collegati, anzi può sempre far sì che lo stesso mistero di Cristo e della Chiesa sia raggiunto più perfettamente (n. 4).